Bollettino discriminazioni

RETEAnche se siamo nel terzo millennio la cultura maschilista impera anche nei paesi più evoluti tanto che, ad esempio nella UE  si sono moltiplicate negli anni Raccomandazioni e Direttive  che intervengono sul tema delle discriminazioni di genere.

Steso un velo pietoso della condizione generale della donna nei Paesi islamici, dove vale l’equivalenza donna=cosa, anche nelle nostre latitudini il problema discriminatorio è ancora lontano dall’essere affrontato concretamente.

Quando si parla di cultura delle P.O. spesso si pensa sia un discorso riservato alle donne, in particolare alle donne di “kultura” che ragionano, si mobilitano, si arrabbiano, mentre tutto resta come prima , o quasi.

Per quanto riguarda l’Italia la situazione non è certo rosea: solo recentemente è stata stigmatizzata per legge la problematica delle “dimissioni in bianco”, aziende come Rai e Poste Italiane, quest’ultima anche dopo la firma in pompa magna della “Carta delle Pari Opportunità” – una sorta di decalogo delle buone prassi contro le discriminazioni – non si sono minimamente preoccupate di aver discriminato , la RAI, le giornaliste free lance assunte con contratti a tempo determinato ed il  cui contratto cessava di diritto con l’affacciarsi di una  eventuale maternità.

Nel caso di Poste Italiane non è stata riconosciuta una indennità economica legata alla presenza sul lavoro alle donne in maternità – astensione obbligatoria – quando la norma contempla di assimilare alla presenza reale una assenza di tal genere.

Non si possono calcolare gli esempi che potrebbero essere citati nelle aziende di più piccole dimensioni, ad eccezione di poche.

In particolare la donna è “colpita” da discriminazioni sul lavoro in particolare nel periodo della maternità e nel successivo periodo di accudimento dei figli, compito che ricade in modo pesante e largamente prevalente sulla donna.

Gli interventi sulla conciliazione dei tempi di vita e di lavoro sono nella maggior parte dei casi una vera utopia.

I Piani di Azioni Positive, i Comitato Unici di Garanzia nella P.A., pur essendo prescritti per legge

già da diversi ann,i sono in molti casi lettera morta nonostante le sollecitazioni svolte dalle Consigliere di Parità.

Secondo me noi donne abbiamo la possibilità di cambiare il mondo, ma non ne siamo consapevoli.

Penso infatti che il nodo da sciogliere sia quello dell’educazione: se siamo convinte perché non impegnarci ad educare i nostri figli alla parità di genere, dal momento che l’assolvimento del peso della loro educazione   è caricato sulle nostre spalle?

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